domenica 11 agosto 2013

Intervista TGS per ONDAROCK

di Michele Saran


Uno scambio di chiacchiere con Marcello e Angelo, il duo di cui si compone la realtà Great Saunites, alla scoperta della loro nascita, del loro variegato modo di comporre, della loro forma-suite, della tarda psichedelia storica. E della nuova distribuzione digitale.

Ciao ragazzi e benvenuti nella nostra webzine. Quando comincia di preciso la vostra storia?

Marcello: The Great Saunites nasce nel 2008, credo fosse settembre di quell’anno.

Come vi siete incontrati e quali presupposti - se ve ne sono stati - avete posto prima di iniziare a suonare e registrare?
M.: In realtà avevamo già suonato insieme, nei Linda Gruber. La storia è abbastanza un classico, eravamo entrambi sfiduciati per come si erano concluse le rispettive precedenti esperienze musicali, diciamo che in quel momento è nata l’idea di tentare qualcosa di diverso e di  metterci in gioco. Alla soglia dei 30 anni ci sentivamo più giovani di quando ne avevamo 20 e di “mettere la testa a posto” non se ne parlava proprio. Presupposti? Serietà nel portare avanti il progetto e nessuna velleità personale, si può dire che abbiamo sposato il concetto di gruppo nella più forte accezione del termine.

Parlami, più in specifico, di come è nato il vostro interplay.
M.: Affinità musicali ce ne sono sempre state, come gruppo la nostra storia è inevitabilmente segnata dalla scelta di Layola (nick di Angelo Bignamini, ndr), da sempre chitarrista, di passare alla batteria. L’interazione musicale che ne è derivata è stata del tutto originale, frutto di jam in sala prove caratterizzate da un entusiasmo quasi primitivo.

L’umore psichedelico che vi contraddistingue, a tratti granitico e compatto e a tratti invece molto variabile e decostruito, si è sviluppato spontaneamente dalle vostre interazioni o l’avete pianificato in origine?
M.: Pianificato è una parola grossa, posso però dirti con certezza che The Great Saunites nella nostra testa è sempre stato un progetto non immediato, abbiamo sempre cercato di creare qualcosa che potesse arrivare all’ascoltatore in maniera non lineare, che richiedesse uno sforzo. Da questo punto di vista posso affermare che abbiamo pianificato un percorso che può rientrare nel concetto di psichedelia, il resto l’ha fatto spontaneamente l’alchimia che si è creata tra il basso e la batteria.

Hai citato prima “Layola”: nel vostro secondo disco “Delay Jesus” vi ribattezzate, o meglio nascondete le vostre identità in nick come Leonard Kandur Layola e Atros Al D. Come mai queste scelte? Cosa vogliono dire?
M.: In tutti i nostri dischi utilizziamo quei due nick ma risulterei bugiardo se ti dicessi che alla base ci sta un ragionamento sopraffino. In realtà per noi è una sorta di consuetudine un po’ grottesca e forse deriva dal fatto che vedere scritti i nostri nomi reali rischierebbe di darci un tono e un’identità che sicuramente sentiamo di non meritare.

La vostra è una propensione alle tracce lunghe, anche se non mancano esperimenti più brevi. E’ dunque questo il vostro format ideale?
M.: Abbiamo composto diversi brani di lunga durata, in particolare la nostra è stata una sorta di trilogia della suite. “Isaiah”, “Delay Jesus ‘68” e “The Ivy” sono tre dei brani di cui andiamo più fieri e che pensiamo ci rappresentino appieno, nonostante abbiano avuto una gestazione del tutto differente l’uno dall’altro. Più in generale il brano lungo ci consente di indugiare su quel senso di “straniamento”, a noi tanto caro, che ci porta a variare il mood del pezzo in maniera totale lungo tutta la sua durata, questo senza dover rinunciare alla ripetizione ipnotica del riff e del ritmo, che serve a noi per provare piacere. Ma anche all’ascoltatore per decidere se andarsene o lasciarsi trasportare insieme a noi.

Proprio la lunga “The Ivy”, la suite che dà il titolo al vostro ultimo disco, è il vostro apice, anche come durata. Come l’avete concepita? Come avete disegnato i suoi tratti tanto complessi quanto incalzanti?
M.: Anzitutto grazie, anche noi pensiamo possa essere un piccolo punto di arrivo per la band. “The Ivy” è un brano nel quale confluisce tutta la nostra musica e la nostra passione musicale. Per quanto riguarda il concepimento, tutto è nato dall’idea del collage sonoro…siamo entrambi grandi fan dei Faust e con “The Ivy” volevamo andare in quella direzione: una commistione di riff granitici e parti più free form. Questo brano inoltre segna per noi un ritorno massiccio alla fase di arrangiamento in studio, aspetto che avevamo un po’ accantonato dopo l’esperimento fatto con il brano “Isaiah” dal nostro primo album.

Dal primo “TGS”, interamente autoprodotto, colpisce appunto - tra le altre cose - il lungo, dissonante intermezzo di “Isaiah”. Da dove vi è venuto?
M.: E’ stato interamente improvvisato in studio su una traccia base di basso che doveva essere nelle nostre intenzioni una divagazione un po’ rumoristica e sfilacciata. La chitarra dal mood raga indiano e le tastiere sono state totalmente improvvisate sul momento e hanno inconsapevolmente dato una direzione al brano opposta a quella che avevamo in testa. Credo che non riusciremo mai a rifare “Isaiah” com’è venuta in quella registrazione. Sicuramente è il brano migliore che abbiamo mai composto.

In “Delay Jesus” avete lasciato perdere l’apporto vocale. Lo considerate un di più non così essenziale o semplicemente il vostro suono ha intrapreso direzioni differenti con quel disco?
M.: L'apporto vocale non è stato assolutamente accantonato se consideri che in “The Ivy” ci sono dei brevi intermezzi e anche nello split con la Lucifer Big Band (2012, ndr) c’è un brano, “Black City”, caratterizzato da un cantato.  Per noi la voce può essere tanto caratteristica quanto gli strumenti, ma deve convincerci appieno e soprattutto essere spontanea, in questo senso l’esempio lampante di ciò che più ci ha soddisfatti è stata la collaborazione con Welles (il nick del vocalist del disco di debutto) sul nostro primo album  “TGS”.

In “Delay Jesus”, ma ancor meglio in “The Ivy” compare un brano lungo che occupa un’intera facciata. State proseguendo il modus operandi classico della tarda psichedelia che abbiamo già citato, ma anche e soprattutto del periodo d’oro del rock progressivo. Come vi ponete nei confronti del prog?
M.: In realtà nell’ultimo periodo non stiamo ascoltando tantissimo prog e forse non lo abbiamo mai fatto. Siamo grandi fan dei King Crimson ma forse i gruppi a cui ci piace far riferimento in quell’ambito sono quelli nostrani, cito gli Area, il Balletto di Bronzo, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Osanna etc..

Angelo, i tuoi progetti solisti: Billy Torello e specialmente Lucifer Big Band. Pensi che i Great Saunites li influenzino in qualche modo? O forse sono proprio una sintesi di questi tuoi progetti solisti?
Angelo: Non credo esista un filo conduttore fra Great Saunites e i miei altri progetti musicali. Quando sono Billy Torello esprimo un legame forte con un altro strumento che non è la batteria, mentre la Lucifer Big Band è un progetto d’improvvisazione elettronica che ha poco in comune con le sonorità dei Saunites se non per una certa influenza kraut compenetrante in entrambe le band. Mi piace pensare a tre individui diversi scaturiti da un’unica complessa personalità.

In tutti e tre gli album il vostro suono è delineato da basso e batteria, anche se non mancano di certo nuovi suoni (acustici piuttosto che pienamente elettronici). Avete mai pensato di allargare ad altri musicisti la vostra formazione?
Marcello: Assolutamente ci abbiamo pensato, però finora è sempre prevalsa l’idea che la formazione a due fosse perfetta. La nostra intenzione è di mantenere il basso e la batteria preponderanti nei Saunites, ma un terzo elemento potrebbe indubbiamente aiutarci a sviluppare certe idee che abbiamo avuto in studio, e che per forza di cose abbiamo potuto solo in parte riprendere dal vivo. In questo senso l’uso di loop e audio samples ci è stato di grosso aiuto finora.

La nuova distribuzione della musica via Bandcamp. Praticamente la vostra intera discografia è disponibile via download digitale (ma “The Ivy” è stato edito prima di tutto in un ottimo vinile, quindi non rinnegate di certo le origini della riproduzione fonografica). E’ una sorta di atto di piena fiducia verso la distribuzione del futuro?
M.: Hai detto bene, tutti i nostri album sono disponibili via download. Non rinneghiamo di certo il supporto musicale ma nello stesso tempo siamo favorevoli a ogni forma di distribuzione alternativa della musica, purché ciò consenta alle band e alle etichette di veder ripagati i propri sforzi, che non sono mai marginali.

Cerchiamo di trovare una morale della favola. Attraverso un patchwork di stili del passato e una rivivificazione della psichedelia, la vostra estetica è piuttosto di confine. Un confine non solo stilistico ma anche - coerentemente - di stilizzazione ed essenzialità di suono. Ti ci ritrovi?
M.: Direi di si! L’aspetto minimale e il territorio di confine su cui si staglia la nostra musica sono innegabili. Posto che credo sia impossibile creare qualcosa che si possa definire nuovo in ambito musicale, il tentativo di riproporre in maniera personale un qualcosa che inevitabilmente si è assimilato con ripetuti e appassionati ascolti, è ciò che di più dignitoso un musicista può ambire a realizzare.

Un grosso grazie da parte della redazione, a risentirci!

http://www.ondarock.it/interviste/greatsaunites.htm 


lunedì 5 agosto 2013

Recensione "The IvY" su FRITTOMISTO

a cura di Tonio Troiani


Con miserevole ritardo vorrei spendere qualche parola su The Ivy, disco del duo lodigiano The Great Saunites, composto da Angelo Bignamini, aka Leonard Kandur Layola  e Atros, rispettivamente alla batteria e al basso, e prodotto da una folta cordata di etichette (Bloody Sound Fucktory, HysM?, Lemming Records, Il Verso del Cinghiale Records, Neon Paralleli, Terracava, Villa Inferno Records).

La proposta del duo evita ampiamente la stagnante moda matematizzante e nevrotica per inerpicarsi, invece, in un percorso in cui la vena più mistica e sognate della psichedelia si innerva su ritmiche serrate di chiara derivazione teutonica. Segno inequivocabile è il basso liquido e, nel contempo, epico di Medjugorje supportato da un pattern dritto e schiacciasassi.

I bozzetti acustici ed ambientali di Bottles&Ornaments e Ocean Raves servono quasi a stemperare gli animi: un commiato e una preparazione al rituale di The Ivy, lunga suite/improvvisazione a cui è dedicato il secondo lato del vinile (che vi consiglio di comprare, o se vi capita di toccare, visto la cura profusa nel packaging).

A questo punto, potrei dirvi molto placidamente di ascoltare il Lato B del disco e, quindi, non perdere tempo e forze nel descrivere quello che avviene nei quasi venti minuti che compongono The Ivy. Tuttavia, c’è una vena “narrativa” che permette di parlarne come di un racconto. Infatti, quello che la caratterizza è la tensione cumulativa di eventi sonori, da una parte ammantati di una componente cinematica (con alcuni riferimenti agli Earth meno rarefatti), dall’altra di una sorprendente vivacità quasi dadaista che mischia sapientemente derive rumoristiche e marce per organo e percussioni (uno Zomes meno ieratico e più scanzonato, quasi un Wyatt ubriaco che cerca di suonare la prima sezione di Moon in June), sino al finale arido e polveroso consegnato ad atmosfere acustiche e accecanti.

Una prova interessante nella sua natura doppia: con un occhio perennemente al passato, sorta di bignami sonoro, e l’altro proiettato nel corpo della scena «occult» italiota, sobillatrice – speriamo – di una nuova rinascita.

[Voto=> 7]

lunedì 1 luglio 2013

Recensione "The IvY" su ARISTOCRAZIA WEBZINE

a cura di Dope Fiend


Quarta occasione per Aristocrazia di ospitare i The Great Saunites, duo lodigiano che era già comparso sulle nostre pagine con "Tgs", Delay Jesus '68 e lo split realizzato insieme ai Lucifer Big Band; ora, siamo qui pronti ad accogliere il nuovo parto di Leonard Kandur Layola e Atros, "The Ivy".

Il primo passo di questa neonata creatura musicale viene mosso grazie a "Cassandra", un'interessantissima commistione tra un andamento Hard Rock tipico del decennio settantiano, retrogusti desertici e psichedelia acidissima. Veniamo immediatamente trasmigrati nelle profondità di un oceano fatto di colori riarsi e di suoni esalanti fumi lisergici; "Medjugorje" provvederà presto a condurci alla nostra destinazione definitiva, agli antipodi di un infinito cosmo onirico permeato dalla quintessenza di tutte le sensazioni contrastanti, soffocanti, liberatorie, inebrianti e trascendenti.

La nostra peregrinazione continua con "Bottles & Ornaments", un tentacolare e purissimo omaggio alla floydiana memoria di spazi astrali che potrebbe benissimo essere uscito dalla chitarra di Syd Barrett, mentre è con "Ocean Raves" che, grazie a una cullante essenzialità acustica dai contorni Folk / Blues, i nostri affaticati neuroni possono prendersi qualche istante di meritato riposo prima dell'assalto finale.

Il compito di chiudere i giochi è affidato alla title-track e non potevamo davvero sperare in un epilogo migliore: "The Ivy" è un mastodonte di venti minuti in cui liquidi umori lisergici si amalgamano senza soluzione di continuità a sensazioni tribali di cui è infoltito un tortuosissimo sentiero adornato altresì di incursioni di hammond, ipnotiche danze rituali di dilatazione psicofisica, cupi rumorismi, grevi cacofonie, arcaici isterismi deviati e disturbanti digressioni di ascetica contemplazione.

Siamo giunti al termine di questo lavoro: siamo stanchi e spogli, eppure allo stesso tempo rigenerati e impazienti di bagnarci nuovamente nell'acidità visionaria dei The Great Saunites. "The Ivy" è un'opera di piccole dimensioni fisiche, ma di enormi dimensioni mentali: è un gioiello evocativo come pochi, è l'apoteosi di un percorso intenso, è un ispirato spaccato di esplorazione sensoriale. Signori, "The Ivy" è un'uscita da non perdere per nulla al mondo, "The Ivy" è una purissima dimostrazione di Arte!


http://aristocraziawebzine.blogspot.it/2013/07/the-great-saunites-ivy.html 

sabato 22 giugno 2013

Recensione "The IvY" su KATHODIK

a cura di Damiano Gerli


Neanche il tempo di riprenderci da quella botta tremenda che era 'Delay Jesus '68', che ritornano i grandi sanniti (sì, ho inventato la traduzione, magari c'ho preso) da Lodi con rabbia, con questo LP di cinque pezzi per le nostre orecchie bisognose.
Dopo la piccola intro di Cassandra, l'lp entra nel vivo con gli otto minuti di Medjugorje dove un "walking" bass impazzito svirgola qui e lì, mentre tastiere e batteria lo sorreggono con gran sapienza, psichedelia razionale e intrigante, proprio come ci hanno abituato i due.
Bottles & Ornaments sembra davvero un outtake delle sessioni che hanno dato vita a 'More' dei Pink Floyd (ve lo ricordate? no? poco male), mentre addirittura con Ocean Raves i nostri sfoderano bravura acustica che davvero non avremmo pensato di riconoscergli... caspiterina!
Si chiude con i venti minuti della title track, divisa in tre movimenti, organo e basso che si inquinano a vicenda in una ragnatela di suoni labirintini e si finisce in una jam quasi progressive che avrebbe fatto invidia agli Iron Butterfly più fumati.
Insomma, son stato qui a cercare di dare ai lettori vaga impressione del fatto che 'The Ivy' è un altro prelibatissimo piatto, offerto da un gruppo che pare proprio azzeccarci sempre. Sbalordisce come un genere di nicchia come l'acid/psych/noise rock strumentale, riesca a essere interpretato con così ampio respiro da sembrare continuamente nuovo e intrigante. Gloria a voi, ragazzi.

http://www.kathodik.it/modules.php?name=Reviews&rop=showcontent&id=5380

mercoledì 12 giugno 2013

Recensione "The IvY" su SON OF MARKETING

a cura di Mario Esposito


I The Great Saunites arrivano dall’entroterra lombardo, Lodi per la precisione, e sono un duo strumentale composto da Leonard Kandur Layola (batteria, effetti, chitarre, tastiere) e Atros (basso, tastiere, chitarre e voci). Nello scorso mese di marzo è uscito il loro ultimo lavoro, l’ep The Ivy, composto da cinque tracce che si muovono nei meandri della psichedelia più cupa e rumorosa, in quello che può essere definito un acido e sperimentale viaggio sonoro.
Un po’ dediti al kraut-rock, un po’ all’acid-folk o al noise, che dir si voglia, il suono dei The Great Saunites è un mostro granitico che solo in qualche passaggio (“Ocean raves”, “Bottles & Ornaments”) placa il proprio spirito altrimenti assetato di insistenti spinte percussive (i loop di “Cassandra” e “Medjugorje”) e portato all’estremo nella lunghissima cavalcata della title-track, quasi venti minuti di deliri ossessivo-compulsivi che si spingono verso lidi avanguardisti.
Un album di sicuro lontano dall’easy-listening, complesso e articolato nelle sue molteplici forme, ma dall’incredibile impatto umorale: un piccolo gioiello da non lasciar passare inosservato.


The Great Saunites arrivano
I The Great Saunites arrivano dall’entroterra lombardo, Lodi per la precisione, e sono un duo strumentale composto da Leonard Kandur Layola (batteria, effetti, chitarre, tastiere) e Atros (basso, tastiere, chitarre e voci). Nello scorso mese di marzo è uscito il loro ultimo lavoro, l’ep The Ivy, composto da cinque tracce che si muovono nei meandri della psichedelia più cupa e rumorosa, in quello che può essere definito un acido e sperimentale viaggio sonoro.
Un po’ dediti al kraut-rock, un po’ all’acid-folk o al noise, che dir si voglia, il suono dei The Great Saunites è un mostro granitico che solo in qualche passaggio (“Ocean raves”, “Bottles & Ornaments”) placa il proprio spirito altrimenti assetato di insistenti spinte percussive (i loop di “Cassandra” e “Medjugorje”) e portato all’estremo nella lunghissima cavalcata della title-track, quasi venti minuti di deliri ossessivo-compulsivi che si spingono verso lidi avanguardisti.
Un album di sicuro lontano dall’easy-listening, complesso e articolato nelle sue molteplici forme, ma dall’incredibile impatto umorale: un piccolo gioiello da non lasciar passare inosservato.
- See more at: http://www.sonofmarketing.it/missing-tracks-hot-fetish-divas-sillyboy-the-great-saunites/#sthash.2qjBQu4E.dpuf
I The Great Saunites arrivano dall’entroterra lombardo, Lodi per la precisione, e sono un duo strumentale composto da Leonard Kandur Layola (batteria, effetti, chitarre, tastiere) e Atros (basso, tastiere, chitarre e voci). Nello scorso mese di marzo è uscito il loro ultimo lavoro, l’ep The Ivy, composto da cinque tracce che si muovono nei meandri della psichedelia più cupa e rumorosa, in quello che può essere definito un acido e sperimentale viaggio sonoro.
Un po’ dediti al kraut-rock, un po’ all’acid-folk o al noise, che dir si voglia, il suono dei The Great Saunites è un mostro granitico che solo in qualche passaggio (“Ocean raves”, “Bottles & Ornaments”) placa il proprio spirito altrimenti assetato di insistenti spinte percussive (i loop di “Cassandra” e “Medjugorje”) e portato all’estremo nella lunghissima cavalcata della title-track, quasi venti minuti di deliri ossessivo-compulsivi che si spingono verso lidi avanguardisti.
Un album di sicuro lontano dall’easy-listening, complesso e articolato nelle sue molteplici forme, ma dall’incredibile impatto umorale: un piccolo gioiello da non lasciar passare inosservato.
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I The Great Saunites arrivano dall’entroterra lombardo, Lodi per la precisione, e sono un duo strumentale composto da Leonard Kandur Layola (batteria, effetti, chitarre, tastiere) e Atros (basso, tastiere, chitarre e voci). Nello scorso mese di marzo è uscito il loro ultimo lavoro, l’ep The Ivy, composto da cinque tracce che si muovono nei meandri della psichedelia più cupa e rumorosa, in quello che può essere definito un acido e sperimentale viaggio sonoro.
Un po’ dediti al kraut-rock, un po’ all’acid-folk o al noise, che dir si voglia, il suono dei The Great Saunites è un mostro granitico che solo in qualche passaggio (“Ocean raves”, “Bottles & Ornaments”) placa il proprio spirito altrimenti assetato di insistenti spinte percussive (i loop di “Cassandra” e “Medjugorje”) e portato all’estremo nella lunghissima cavalcata della title-track, quasi venti minuti di deliri ossessivo-compulsivi che si spingono verso lidi avanguardisti.
Un album di sicuro lontano dall’easy-listening, complesso e articolato nelle sue molteplici forme, ma dall’incredibile impatto umorale: un piccolo gioiello da non lasciar passare inosservato.
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lunedì 10 giugno 2013

"The IvY" recensito su IYEZINE

a cura  di Stefano Cavanna


Quando ogni tanto, nello smazzare il materiale che ci arriva, mi imbatto in un disco che esula dai generi che meglio conosco, il problema maggiore è quello di aver poco da raccontare e soprattutto d’essere sprovvisto di adeguati termini di paragone.
Per fortuna questo lavoro dei The Great Saunites non mi ha lasciato affatto spiazzato benché sia apparentemente lontano dalle forme di doom che costituiscono il mio habitat naturale: The Ivy mostra infatti, tra le proprie caratteristiche, un volto psichedelico che omaggia in maniera competente il sound pinkfloydiano dei primi anni ’70, senza però tralasciare diverse pulsioni derivanti dallo stoner più opprimente, oltre a una sviluppata componente noise.
La breve opener Cassandra è un’assaggio del delirio sonoro costituito dalla successiva Medjugorje, otto minuti in grado di stordire ed affascinare allo stesso tempo, grazie ai suoi ritmi ossessivi e lisergici; Bottles & Ornaments appare invece come una sorta di citazione del trittico “Alan's Psychedelic Breakfast” che chiudeva il geniale (quanto ingiustamente sottostimato rispetto ad altri album più celebrati) “Atom Heart Mother”.
Ocean Raves regala qualche minuto di pace acustica prima che la scena venga occupata dalla lunghissima title –track, nella quale i The Great Saunites danno libero sfogo alla propria creatività amalgamando gli umori psichedelici con un sapiente utilizzo dell’elettronica; questi venti minuti sono emblematici dell’attitudine sperimentale e priva di alcuna linea di demarcazione dei due musicisti lombardi e, nonostante una durata indubbiamente impegnativa, la traccia scorre senza lasciare alcun sentore di noia.
Da segnalare, infine, che questo ep esce sotto l’egida di un pool di etichette (Bloody Sound Fucktory, Hypershape, HysM?, Il Verso del Cinghiale, Lemming, Neon Paralleli, Terracava, Villa Inferno) che si sono mosse per consentire a The Ivy di entrare meritoriamente a far parte della discografia degli ascoltatori dalle vedute più aperte.


http://www.iyezine.com/recensioni/2660-the-great-saunites---the-ivy.htm

domenica 9 giugno 2013

Recensione "The IvY" su BUSCADERO

 

                                                                  di Lino Brunetti